Associazione Culturale "Insieme per Vernasso"
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Quando l’economia era sostenibile
... il piccolo era bello, il formaggio era buono locale equo e solidale, ecologico, democratico, partecipativo e inclusivo, era fatto col latte e il latte era fatto con l’erba, dal punto di vista alimentare eravamo sovrani e autonomi, in crescita felice, con prodotti tipici di filiera corta certificata, a km zero e ricchi di nutraceutici
Enos Costantini
“Le Latterie sociali si sono estese dai monti ai colli e alla pianura. Sono ora circa 130, senza contare quelle turnarie: fra qualche anno non vi sarà villaggio senza il suo ca-seificio sociale. L’industria del latte rende al Friuli più di tre milioni di lire all’anno”, così scriveva Gualtiero Valentinis a pag. 75 della guida intitolata In Friuli data alle stampe nel 1903. Il Valentinis aveva intuito che il fenomeno era in piena fase di sviluppo e anticipava quello che poi sarebbe diventato uno slogan: “ogni campanile una latteria”. Il boom delle latterie segue una curva perfettamente sigmoide, la classica curva dello “sviluppo”, fino al 1916 quando il loro numero raggiunge la bella cifra di 321 con 584.000 quintali di latte lavorati. Le medie danno informazioni sempre molto relative, ma si tratta pur sempre di 1.818 quintali mediamente lavorati per anno per latteria: ciò corrisponde a 5 quintali al giorno, un nu-mero che all’epoca era rispettabile. Si tenga conto che molte latterie rimanevano chiuse per alcuni mesi all’anno, quando le bovine erano in mont, e nel successivo periodo di asciutta. Buona parte del latte, inoltre, era destinata ai vitelli e soprattutto alle numerose bocche da sfamare di cui si componeva ogni famiglia.
Nel 1918 le latterie sono ridotte a 21, con 35.000 quintali lavorati: un altro indice del disastro provocato dalla guerra.
Malgrado il conflitto avesse quasi azzerato il patrimonio bovino (requisizioni italiane prima, fame austroungarica poi) il “risorgimento” (ci piace applicare all’allevamento questa parola!) fu rapido: nel 1924 le latterie erano ben 425 e lavoravano 775.000 quintali di latte. La media, quindi, era di 1.834 quintali annui per ogni caseificio, molto vicina a quella d’anteguerra: ciò può essere il significativo indice di una produzione che si basava essenzialmente sulle risorse del territorio. In pratica l’erba era il fattore limitante, ma anche il fattore di equilibrio tra ambiente ed economia.
Visto con gli occhi della moderna ecologia possiamo affermare che “il cerchio si chiu-deva”.
E i friulani, sia detto a disdoro di chi continua ad affermare che non sanno “mettersi insieme”, non mollarono la presa. Ecco al-cuni numeri pescati qua e là in diverse fon-ti: nel 1927 le latterie erano 485, nel 1929 superarono la boa delle cinque centinaia per arrivare a 533, nel 1937 toccarono il bel nu-mero di 585: in quell’anno contavano la bellezza di 55.000 soci, lavoravano 1.140.000 quintali di latte, producevano 106.000 quintali di formaggio e 16.000 quintali di burro. Il numero era destinato a crescere ulterior-mente; salì, infatti, a 627 nel 1940, per scendere a 481 nel 1945 (maledette guer-re!). Ma ci fu una ripresa massiccia: nel 1957 le latterie erano ben 642 e il Friuli poteva dirsi “saturo” di questa industria, di questa forma artigianale di trasformazione così capillarmente diffusa.
Una ulteriore osservazione non sarà pere-grina: il settore poté svilupparsi perché ba-sato essenzialmente sull’erba, un bene ri-producibile, oggi si direbbe una produzione sostenibile, che la piovosità del Friuli certo favorisce. Prati stabili e prati di erba medi-ca: ecco il segreto. Uno sviluppo basato su input (scusate la parola) esterni (fertilizzanti, mangimi) all’epoca non sarebbe stato possibile perché tali fattori della produzione non esistevano o non erano alla portata dei nostri agricoltori.
Crediamo che il fenomeno sia (stato) unico in Italia e, forse, nel resto del mondo.
Ma negli anni Sessanta si scoprono le “eco-nomie di scala” e vengono in auge paroloni quali “modernizzazione”, “concentrazione” e “razionalizzazione” col relativo accanimento che si riteneva terapeutico.
In pratica non viene razionalizzato un bel niente, l’intera rete si sgretola e collassa, sacrificata sull’altare di ciò che si riteneva “modernità” e “economicità”. Fu economia per chi? Alla chiusura di ogni latteria faceva seguito la chiusura delle stalle ad essa lega-te. Era perdita di posti di lavoro, di reddito, di socialità. Nessuno si stracciò le vesti per tutto ciò; pare che solo quando chiude una fabbrica si celebri tale liturgia.
– La fine delle latterie di paese avrebbe risol-to i problemi dell’allevamento – lo dicevano i politici e i loro prezzolati consulenti delle università: no, non li risolse. O, se si vuole, li risolse per “chiusura dell’attività”, una “soluzione finale” perpetrata dall’avanzare di interessi esterni e lontani, molto lontani. La cura mirava alla morte del paziente. Gli alle-vatori rimasti sulla breccia, spesso autenti-ci missionari, non hanno visto aumentare il prezzo del latte in proporzione al numero di latterie e di aziende consorelle che andavano ineluttabilmente chiudendo.
1961: nella percezione delle élite
Nel 1961 vide la luce un bel volume (splen-dido e lussuoso per l’epoca) tutto dedicato alla nostra regione che viene illustrata, in 520 pagine, da Giorgio Valussi, assistente di geografia politica ed economica all’univer-sità di Trieste (collana “Le regioni d’Italia, UTET).
Nella parte economica dell’opera vi è un ca-pitolo dedicato all’industria alimentare, ma vi cerchereste inutilmente le nostre latterie. Le troviamo nel capitolo dedicato all’alleva-mento del bestiame e questa impostazione suggerisce come il settore rimanesse “roba da contadini”, non degno di entrare nell’empireo dell’industria. Riportiamo quanto scrive il geografo summenzionato perché le sue parole sono testimonianza chiara di quella che era la percezione delle élite culturali nei confronti di un settore economico così radicato in Friuli e che tanto ne influenzava il vivere civile (pag. 253):
“La produzione lattiero casearia è in crescente aumento e soddisfa il consumo regionale;
ha raggiunto nel 1958 i 2.900.000 quintali di latte, corrispondente al 4,2 % della produzione nazionale, figurando così al quinto po-sto fra le regioni italiane dopo la Lombardia, l’Emilia-Romagna, il Veneto e il Piemonte. I tre quarti del latte vengono trasformati in burro e formaggi da oltre 650 latterie sociali, in cui sono organizzati i produttori. È questo un magnifico esempio di cooperativismo rurale, ma purtroppo il frazionamento della produzione è eccessivo, a scapito dei costi e della qualità. Le latterie della provincia di Udine, che nel 1872 erano solo 3, sono salite a 263 nel 1903, a 540 nel 1931 e a 638 nel 1957, mentre il numero dei soci passava dal centinaio iniziale ai 61.700 attuali. Il formaggio prodotto è di tipo Montasio, piuttosto magro e salato, che non incontra molto il gusto del consumatore cittadino”.
Nel testo originale sono undici righe e mezza per un’economia che toccava direttamente 61.700 famiglie! Come termine di paragone prendiamo un’altra attività economica regio-nale: il Valussi dedica quasi otto pagine al porto di Trieste.
Che il Montasio (all’epoca più noto come Latteria) non incontrasse il gusto cittadino è, con ogni probabilità, una opinione personale (forse al geografo non piaceva il formag-gio friulano che arrivava a Trieste). Che il Montasio fosse salato è come dire che l’acqua è bagnata. Che fosse “magro” non è generalizzabile, ma può essere ipotizzabile per momenti in cui il burro aveva un alto valore pecuniario. Il frazionamento della produzione non era eccessivo, era quello dei tempi. Un allevamento che si basava quasi esclu-sivamente sull’erba e sul fieno locali come avrebbe dovuto essere? Già questo costava fatiche immani alle donne. Che cosa avrebbero dovuto fare? Portare l’erba sul barelin, o il fieno col fas, naturalmente a piedi ché non c’era la motorizzazione, in una grande stalla collettiva? Se il “frazionamento” si riferisce alle latterie: che cosa avrebbero dovuto fare le donne? Portare il latte, ovviamente a piedi, a 20-30 km di distanza? Nel Friuli rurale degli anni Cinquanta non c’erano i mezzi di trasporto che già cominciavano a intasare le città.
Il frazionamento è “a scapito dei costi”: una latteria viveva in equilibrio con le risorse del territorio e i soci sapevano bene se potevano permettersi di pagare un casaro. Quando non vi era questa possibilità non vi era nep-pure la latteria. Il frazionamento andrebbe anche a scapito della qualità: ma quando mai? La materia prima era sotto lo stretto controllo di un tecnico preparatissimo come il casaro. E il prodotto di ogni latteria era un cru: più qualità di così non si poteva!
E il casaro era sotto lo stretto controllo dei soci.